Prima ancora del Negroni, prima della mixology contemporanea e dei cocktail diventati icone, c’era già lui: l’Americano.
Nato tra Milano e Torino alla fine dell’Ottocento, dall’incontro tra bitter italiano e vermouth torinese, questo cocktail ha attraversato oltre un secolo di aperitivi, terrazze assolate e conversazioni che sembravano non finire mai. All’epoca era conosciuto come “Milano-Torino”, in omaggio alle città d’origine dei suoi ingredienti principali.
La soda ne ha poi scolpito il carattere rendendolo più leggero, fresco e vibrante, trasformandolo nel simbolo di un’eleganza spontanea: quella dei tavolini all’aperto, dei bicchieri che si incontrano lentamente e del tempo che rallenta senza bisogno di occasioni speciali.
Fu solo nei primi anni del Novecento che il cocktail iniziò a essere chiamato “Americano”, grazie ai viaggiatori statunitensi che si innamorarono di questo rituale tutto italiano nei caffè e nei grandi hotel dell’epoca. Un nome nato quasi per caso, ma destinato a diventare leggenda.
L’Americano non ha mai seguito le mode. Le ha attraversate tutte, rimanendo sempre fedele a sé stesso. Non sorprende che sia stato anche il primo cocktail ordinato da James Bond nei romanzi di Ian Fleming. Essenziale, sofisticato, senza tempo.
La reinterpretazione firmata Patrick Pistolesi nasce dall’incontro tra Fusetti Bitter e Vermouth Cocchi: due eccellenze italiane che preservano l’anima autentica del cocktail portandola in una dimensione contemporanea e ready-to-drink. Fresco, conviviale, iconico. Proprio come l’aperitivo italiano
Un classico che continua a evolversi.
Con eleganza.